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trauma vicario

Operatori sanitari e COVID-19 sono gli antagonisti di una storia tanto drammatica quanto irreale. Purtroppo ancora attuale.

Lo diciamo senza timore di smentite: gli operatori sanitari sono stati fondamentali per la risposta alla pandemia COVID-19; e lo sono ancora. Affrontano, rispetto a chiunque, rischi maggiori di infezione nell’adempimento del lavoro; esposti a pericoli come angoscia psicologica, stanchezza e stigma. Dunque, sono vittime due volte.

Candidati anche al Premio Nobel per la Pace, su proposta dalla Fondazione Gorbachev (che ha la sua attività più caratterizzante nell’organizzazione dei Summit Mondiali dei Premi Nobel per la Pace), secondo cui l’alto merito andrebbe riconosciuto ai “medici, infermieri, farmacisti, psicologi, fisioterapisti, biologi, tecnici, operatori civili e militari tutti, che

 hanno affrontato in situazioni spesso drammatiche e proibitive l’emergenza COVID 19 con straordinaria abnegazione, molti dei quali sacrificando la propria vita per preservare quella degli altri e per contenere la diffusione della pandemia.

Il nuovo avversario: il trauma vicario 

Oltre la pandemia, infatti, il trauma vicario è il secondo – ma non secondario – avversario della categoria. La letteratura descrive il trauma vicario come una sofferenza post traumatica; simile alle esperienze delle vittime dirette (Brady et al., 1999). Il trauma vicario è quel fenomeno che deriva dal coinvolgimento empatico tra chi svolge una professione d’aiuto e coloro che sono vittime effettive di un trauma in prima persona. Al trauma vicario si affianca, poi, il burnout (Beck 2011; Ricard 2015), grave e drastica conseguenze della scarsa qualità di vita professionale nelle professioni d’aiuto; e comporta una totale perdita d’interesse nei confronti delle persone a cui il professionista dovrebbe rivolgere le proprie attenzioni.

E questi disturbi, oltre a non essere i soli a manifestarsi, sono spesso inevitabili; se non si interviene per tempo.

Una valida risorsa per gli operatori sanitari , soprattutto a seguito della pandemia da COVID-19, è sicuramente il supporto psicologico. Per poter ritrovare equilibrio e serenità e tutelare il proprio benessere psicofisico; prevenendo anche il burnout. La difficoltà sta nel non sottovalutare il problema.

operatori sanitari e COVID-19

Il 2021 è stato designato Anno internazionale dei lavoratori sanitari e assistenziali (YHCW: Year of the Health and Care Workers). Questo in segno di apprezzamento e gratitudine per l’incrollabile dedizione degli operatori sanitari nella lotta contro la pandemia COVID-19.

E l’OMS sta lanciando una campagna che sottolinea l’urgente necessità di investire negli operatori sanitari. L’OMS, infatti, è attiva in questo senso verso una categoria tanto importante quanto (spesso) blasonata. Oltre a fornire i consigli in tema di espletamento delle loro mansioni, l’OMS stessa prevede, per gli operatori sanitari, anche la guida e la formazione più recenti anche in condiserazione della pandemia da COVID-19.

Dunque, quella degli operatori sanitari è la  categoria di lavoratori che per la peculiarità dell’attività professionale ha maggiore possibilità di entrare in contatto con soggetti potenzialmente infetti. E lo confermano i dai dati emersi dall’epidemia ancora in corso. La tutela della della loro salute e il tema della sicurezza sono attuali e seguiti da tutte le principali organizzazioni internazionali. L’OMS, il Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (ECDC), anche l’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro) e il Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie degli Stati Uniti (CDC), emanano documenti in continuo aggiornamento.

Ma in termini di conseguenza sulla salute mentale, come stanno gli uomini e le donne del personale sanitario? 

Operatori sanitari e studio di settore: l’impatto psicologico è reale

In un recente studio trasversale, condotto in Cina sugli operatori sanitari in diversi ospedali dotati di reparti per pazienti con COVID-19 in diverse regioni, una percentuale considerevole di operatori sanitari ha riferito di aver manifestato sintomi di depressione, ansia, insonnia, e angoscia, in particolare le donne, gli infermieri, soprattutto se in prima linea e impegnati direttamente nella diagnosi, nel trattamento o nella fornitura di cure infermieristiche ai pazienti con COVID-19 sospetto o confermato. 

Gli effetti psicosociali della quarantena negli operatori sanitari, inoltre, investono anche la sfera quella lavorativa, oltre, ovviamente, alla sfera personale. E le manifestazioni di sintomi come minori performance lavorative, riluttanza a svolgere ancora il proprio lavoro, sono frequenti. Possono, inoltre, presentarsi anche a distanza di alcuni anni dal termine dell’evento traumatico. E, ad oggi, la pandemia è ancora in corso.

Questi risultati suggeriscono, dunque, che gli operatori sanitari esposti a COVID-19, soprattutto in prima linea, hanno un alto rischio di sviluppare esiti sfavorevoli di salute mentale e potrebbero aver bisogno di supporto psicologico.

È sotto gli occhi di tutti quanto, gli operatori sanitari e quanti impegnati in prima linea a fronteggiare la pandemia da COVID-19 nei vari setting del servizio sanitario, siano esposti a un sovraccarico emotivo oltre al rischio di infezione.

 

Già in tempi di pace, la letteratura scientifica dedicata allo stress lavoro-correlato ha ampiamente confermato quanto emerso in questo anni. Il settore sanitario è di per sé caratterizzato dalla presenza di fattori di rischio psicosociale; situazioni di emergenza, confronto quotidiano con situazioni di estrema sofferenza, potenziali ulteriori rischi.  Dunque, la letteratura manifesta interesse anche per questo aspetto della pandemia; e cerca di gestire l’impatto da COVID-19 sulla sfera psicologica ed emotiva degli operatori sanitari in prima linea. Sono attivi e risultati efficaci anche programmi di supporto inernazionali come quelli condivisi dall’ MDPI (Multidisciplinary Digital Publishing Institute) e articoli sulla promozione della salute mentale nel settore sanitario dall’ European Agency for Safety and Healt at Work.

Il primo passo, il primo sostegno alla categoria, viene dal riconoscere l’evidenza. L’esistenza di fattori che cambiano inevitabilmente le carte in tavola, anche per chi fa questo di mestiere; fattori che aumentano il rischio di un esaurimento. Esaurimento che colpisce particolarmente chi si occupa quotidianamente di persone sofferenti, e meglio noto come burnout. Senza sottovalutare quelli che sono gli altri fattori che intervengono e che incidono sui risvolti psicosociali di una pandemia virale.

L’isolamento sociale colpisce anche gli operatori sanitari

Gli operatori sanitari che hanno risposto alla diffusione di COVID-19 hanno riportato alti tassi di sintomi di depressione, ansia, insonnia e angoscia. Dunque, la protezione degli operatori sanitari è una componente importante delle misure di sanità pubblica per affrontare l’epidemia di COVID-19 ancora in corso. Interventi speciali per promuovere il benessere mentale negli operatori sanitari esposti a COVID-19 dovrebbero essere prontamente implementati.

Nel corso di un’epidemia, gli operatori sanitari sono costantemente esposti a un altissimo grado di stress psicologico; anche quando le misure preventive e protettive siano ritenute adeguate. Si va dal timore reale di contrarre l’infezione e trasmetterla ai familiari, alla prolungata separazione dalla famiglia; senza dimenticare nè sottovalutare l’elevata mortalità del personale sanitario. A conferma che non solo solo numeri,  Amnesty International riferisce a 17.000 il bilancio delle vittime tra gli operatori sanitari in questa pandemia da COVID-19. E fuga ogni dubbio sull’esposizione al rischio che corrono e sull’impatto psicologico che questa pandemia abbia su ognuno di loro.        

operatori sanitari e COVID-19

Già nel marzo dello scorso anno, l’OMS ha condiviso in un documento ufficiale le raccomandazioni per favorire la gestione dello stress associato all’emergenza sanitaria globale da COVID-19 con messaggi rivolti direttamente agli operatori sanitari. Anche l’Inter-Agency Standing Committee (IASC) ha divulgato una nota informativa; e riassume le considerazioni chiave sulla salute mentale e sul supporto psicosociale (MHPSS) in relazione alla pandemia da COVID-19. Il documento fornisce indicazioni sui comportamenti che il personale sanitario può adottare per prevenire e ridurre lo stress legato alla particolare situazione che si trova a fronteggiare. 

A conferma di quanto il tema sia ancora caldo, alcune reti di supporto psicologico a sostegno degli operatori sanitari sono già state allestite. La stessa FNOPI (Federazione Nazionale Ordini Professioni infermeieristiche) ha avviato iniziative di raccolta fondi per rimborsare percorsi di psicoterapia dove necessari. Il progetto #NoiConGliInfermieri della FNOPI, per gli infermieri colpiti dalla pandemia, nei percorsi di cura e riabilitazione psico-fisica è ancora attivo.

Il problema, dunque, non è affatto risolto. Benché la problematica sia, oggi più di ieri,  molto sentita.

Va sottolineato, però, che si tratta di soluzioni temporanee, risposte del momento a problematiche ricorrenti. È mancata un reale sensibilizzazione al tema, alla drammaticità della situazione vissuta del quotidiano dagli operatori sanitari; un quotidiano ormai lungo più di un anno. 

I dati parlano chiaro, fin troppo: gli operatori sanitari hanno bisogno anche e soprattutto di questo tipo di supporto. La telemedicina può essere un supporto anche per loro. Sarebbe opportuno, dunque, prevedere le necessità e organizzarsi al meglio; nell’immediato e per i prossimi anni. 

Quando si avrà evidenza dell’impatto psicofisico che la pandemia da COVID-19 ha avuto su di loro, sarà tardi per intervenire. E questa volta saremo noi a dover correre in loro soccorso. Beninteso:  come individui e come lavoratori.